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di Ernesto Melappioni
Nel luglio del 2019, una telefonata tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha innescato una delle crisi politiche più gravi nella storia contemporanea degli Stati Uniti, che ha avuto ripercussioni ben oltre i confini americani. La telefonata ha portato al primo impeachment in politica estera di un presidente della storia degli Stati Uniti, scatenando una tempesta geopolitica che ha coinvolto l’Ucraina, la Russia, l’Europa e l’ordine giuridico internazionale a protezione dei diritti fondamentali dell’uomo.
Per comprendere appieno l’impatto di “Ukrainegate”, è fondamentale ricostruire la scena internazionale, le dinamiche interne degli Stati Uniti e le figure chiave coinvolte, in particolare l’amico avvocato di Trump, Rudy Giuliani. Nel 2019, l’Ucraina si trovava in una situazione estremamente precaria. Il paese, messo sotto pressione dalla Russia di Vladimir Putin, stava affrontando un conflitto aperto dal 2014, con l’annessione illegale della Crimea e il sostegno di Mosca ai separatisti filorussi nell’est del paese. La guerra, che aveva già causato migliaia di vittime, era un durissimo banco di prova per la sovranità dell’Ucraina e la sua stabilità interna.
La Russia aveva invaso la Crimea nel 2014 contravvenendo all’ordinamento giuridico internazionale per motivi strategici, politici e storici. In particolare, la Crimea ha un’importanza geopolitica cruciale per la Russia, grazie alla sua posizione nel Mar Nero, che ospita la base navale di Sebastopoli, fondamentale per la flotta russa. Inoltre, la Crimea ha una significativa popolazione di etnia russa, e la Russia ha giustificato l’azione come una protezione dei diritti dei russofoni e dei russi etnici, distorcendo a suo favore il diritto internazionale. L’invasione è avvenuta poco dopo le rivolte di Maidan in Ucraina, che hanno portato alla caduta del presidente filorusso Viktor Yanukovych e all’orientamento pro-occidentale del nuovo governo ucraino. La Russia temeva che l’Ucraina potesse avvicinarsi ulteriormente all’Unione Europea e alla NATO, mettendo in discussione la sua sfera di influenza nell’ex spazio sovietico. L’annessione della Crimea è stata quindi anche un tentativo di consolidare il controllo russo sulla regione e di impedire l’ulteriore orientamento dell’Ucraina verso l’Occidente con lo sviluppo di uno Stato di Diritto proteso all’ordinamento giuridico internazionale.
In questo delicato scenario, gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, giocavano un ruolo determinante come alleati, offrendo supporto politico e aiuti militari per fronteggiare l’aggressione russa. Tuttavia, la politica estera di Trump era caratterizzata da un ambivalente approccio nei confronti di Putin. Trump, infatti, ha più volte espresso pubblicamente ammirazione per il presidente russo, definendolo un “leader forte” e criticando aspramente le politiche tradizionali americane. La sua posizione nei confronti di Putin ha alimentato preoccupazioni sulla sua condotta internazionale e sul rischio che gli interessi americani potessero essere compromessi a favore del regime di Mosca.
Il 25 luglio 2019, la telefonata tra Trump e Zelensky ha portato a galla il cuore della controversia: Trump avrebbe chiesto a Zelensky di avviare un’inchiesta su Joe Biden, suo principale rivale politico per le elezioni presidenziali del 2020. Biden era sotto l’accusa di conflitto di interessi legato al figlio Hunter, che aveva lavorato per la compagnia energetica ucraina Burisma Holdings, mentre il padre Joe Biden era vicepresidente degli Stati Uniti. L’inchiesta che Trump cercava di ottenere, secondo i suoi oppositori, non solo mirava a danneggiare la sua campagna elettorale, ma era legata a un chiaro ricatto: l’Ucraina avrebbe ricevuto 400 milioni di dollari di aiuti militari solo se avesse avviato l’indagine su Biden.
La vicenda si complica ulteriormente con l’inclusione di Rudy Giuliani, l’avvocato personale di Trump. Giuliani, noto per la sua carriera politica come sindaco di New York, ha avuto un ruolo determinante nell’orchestrare le trattative con l’Ucraina, fungendo da emissario non ufficiale del presidente. Fu Giuliani a intrattenere contatti diretti con gli alti funzionari ucraini, inclusi il procuratore generale Yuriy Lutsenko e l’ex presidente Petro Poroshenko, nel tentativo di ottenere supporto per l’inchiesta su Biden. Il suo coinvolgimento nel caso ha suscitato dubbi sulla legittimità di tali azioni e sul fatto che un avvocato privato stesse negoziando questioni di politica estera in nome di un presidente degli Stati Uniti, bypassando le tradizionali linee diplomatiche.
La situazione esplose quando un informatore dei servizi segreti statunitensi, che aveva accesso alla trascrizione della telefonata, denunciò quanto accaduto. La denuncia ha scatenato un’indagine ufficiale da parte della Camera dei Rappresentanti, che ha portato alla decisione di avviare il processo di accusa contro Trump per abuso di potere e ostruzione al Congresso. La Commissione Intelligence, guidata dal democratico Adam Schiff, ha ascoltato testimonianze cruciali, tra cui quella dell’ambasciatore William Taylor e del diplomatico George Kent, entrambi membri della diplomazia statunitense in Ucraina. Taylor ha confermato che l’impegnativa sospensione degli aiuti militari era una leva politica per ottenere il favore di Kiev.
L’impeachment di Trump è stato un evento straordinario nella storia politica americana. Nel dicembre del 2019, la Camera dei Rappresentanti approvò gli articoli di impeachment con una netta divisione tra i partiti: i Democratici votarono a favore, mentre i Repubblicani, compreso il leader di partito Mitch McConnell, si schierarono con Trump. Nonostante il sostegno quasi unanime dei Repubblicani, la vicenda non è rimasta senza polemiche. Anzi, la lotta per l’impeachment ha messo in evidenza la crescente polarizzazione della politica statunitense, con il Senato che, alla fine, assolse Trump. Unico senatore repubblicano a votare contro Trump fu Mitt Romney, che ha definito le azioni del presidente una violazione dei suoi giuramenti costituzionali.
A livello internazionale, la vicenda ha avuto un impatto devastante sulle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Ucraina, mettendo in evidenza il rischio che il paese fosse utilizzato come pedina nella lotta politica interna americana. La sospensione degli aiuti militari ha avuto anche gravi implicazioni per la sicurezza dell’Ucraina, già impegnata in un conflitto con la Russia. Le pressioni politiche esercitate su Zelensky hanno anche evidenziato le difficoltà che l’Ucraina stava vivendo nel mantenere un equilibrio tra il desiderio di ottenere sostegno dall’Occidente e la necessità di non essere percepita come un burattino nelle mani degli Stati Uniti. Nel frattempo, la vicenda è diventata oggetto di discussione anche tra le celebrità, con attori come Brad Pitt che hanno espresso il loro disappunto per la posizione del Senato. Pitt ha criticato duramente la decisione di assolvere Trump, definendo il risultato un “fallimento” della democrazia, che metteva in pericolo la separazione dei poteri e lo stesso concetto di Stato di Diritto.
In questa storia, è anche doveroso ricordare lo sviluppo dello Stato di diritto in Ucraina. Un processo lungo e complesso, iniziato con la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991. In seguito all’indipendenza, l’Ucraina ha intrapreso un cammino verso la creazione di istituzioni democratiche e lo sviluppo di un sistema giuridico conforme ai principi di uno Stato di diritto. Un momento cruciale di questo processo è stato il 1994, quando, con il Trattato di Budapest, l’Ucraina ha deciso di rinunciare alle armi nucleari sovietiche presenti sul suo territorio, trasferendo 1900 testate nucleari alla Russia. In cambio, ha ricevuto garanzie di sicurezza, indipendenza ed integrità territoriale da parte delle potenze nucleari, tra cui la Russia, gli Stati Uniti, il Regno Unito e successivamente anche dalla Cina. I quattro padron di casa dell’ONU, storicamente denominati “i quattro poliziotti”.
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Questo trattato ha rappresentato una scelta difficile per l’Ucraina, ma ha segnato anche una volontà di integrarsi nell’ordinamento internazionale e rispettare gli impegni in ambito nucleare. Nel corso degli anni, l’Ucraina ha cercato di costruire uno Stato di diritto solido, ma ha dovuto affrontare sfide significative, come la corruzione, l’instabilità politica e i conflitti interni. Nonostante ciò, il paese ha fatto progressi, specialmente dopo la Rivoluzione Arancione del 2004 e gli eventi del Maidan del 2014, che hanno portato a una maggiore spinta verso le riforme democratiche e il rafforzamento delle istituzioni giuridiche. Tuttavia, la situazione rimane complessa, con continue difficoltà nell’applicazione della legge, nell’indipendenza della giustizia e nella lotta contro la corruzione. La guerra in corso con la Russia dal 2014 ha ulteriormente influenzato il processo di sviluppo dello Stato di diritto, ma l’Ucraina ha continuato a perseguire la sua aspirazione verso un sistema giuridico più equo e trasparente. Durante la crisi di Crimea del 2014, l’Ucraina ha sempre fatto riferimento alla violazione del trattato di Budapest in palese violazione della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina richiamando esplicitamente le responsabilità di tutti i firmatari. Ma le cose sono andate sempre per il peggio e tutto il mondo ne sta pagando le conseguenze.
UKRAINEGATE: UN DURO COLPO ALL’ORDINE GIURIDICO INTERNAZIONALE.
L’Ukrainegate è stato un grave attacco all’ordine giuridico internazionale, che si fonda su principi fondamentali di giustizia, trasparenza e rispetto dei diritti umani. Il caso ha messo in luce come l’abuso di potere da parte di un presidente possa, oltre a compromettere la fiducia nelle istituzioni politiche di uno Stato, anche a minare la stabilità e la credibilità delle strutture internazionali che tutelano i diritti umani. Il sistema giuridico internazionale, sancito da trattati e convenzioni come la Carta delle Nazioni Unite del 1945 e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, si basa su un principio fondamentale: nessuno, nemmeno i leader più potenti, è al di sopra della legge. La telefonata del 25 luglio 2019 tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, che condizionava gli aiuti militari vitali per l’Ucraina all’apertura di un’indagine politica su un rivale di Trump, ha rappresentato una violazione flagrante di questi principi.
In primo luogo, l’azione di Trump di usare il potere presidenziale per ottenere vantaggi politici a scapito di un altro Paese, è stata una palese manipolazione della politica estera degli Stati Uniti. Un’azione che ha messo in discussione il ruolo dell’ordinamento giuridico internazionale orientato a difendere il bene comune del genere umano. Questa pratica è una violazione diretta del principio di non ingerenza nelle questioni interne di uno Stato Membro dell’ONU, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite (articolo 2). Un atto che non solo compromette la legittimità della politica estera degli Stati Uniti, ma mina anche la fiducia internazionale nella capacità degli Stati Uniti di sostenere il sistema giuridico multilaterale.
Nonostante i proclami degli Stati Uniti che si ergono a paladini globali in difesa dei diritti umani e dello Stato di Diritto, Trump ha violato principi giuridici internazionali che riguardano l’intero genere umano, per motivi elettorali interni. Creando un’enorme falla nell’ordine giuridico internazionale. In buona sostanza Trump, da presidente dello Stato di Diritto che si erge a paladino globale delle libertà civili e politiche, per fini personali, ha infranto leggi internazionali che riguardano il buon progresso sociale dell’intera umanità. Incrinando gravemente lo sviluppo dei fragili neonati Stati di Diritto sorti attorno alla Carta delle Nazioni Unite del 1945 e alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948. Un comportamento inaudito fatto durante una delicata situazione geopolitica in cui lo Stato Autoritario di Putin aveva già infranto il diritto internazionale in politica estera con l’invasione della Crimea. Oltre ad averlo più volte infranto in politica interna con le persecuzioni e repressioni sistemiche delle opposizioni politiche interne, anche con atti di estrema violenza che hanno portato alla morte di attivisti e giornalisti, fatti denunciati da tutte le organizzazioni internazionali che operano in difesa dei diritti umani. È sempre un bene ricordare che Putin è un autocrate che governa ininterrottamente da 25 anni attraverso la solidificazione di un regime che trova la sua genesi nel KGB dell’ex Unione Sovietica. Una sorta di Giulio Cesare che attraverso il potere abilmente raggiunto si è fatto cucire addosso una costituzione su misura per poter governare fino al 2036. Un presidente degli Stati Uniti che elogia pubblicamente un personaggio del genere è preoccupante per il progresso sociale dei diritti umani. Non ci vuole un esperto per capirlo.
Da questa irresponsabilità di Trump, lo Stato Autoritario di Putin, per esempio, ne ha tratto vantaggio. Ha interpretato il caso come un ulteriore segnale verde. Un altro via libera per invadere massicciamente l’Ucraina, visto che l’ordine giuridico internazionale era stato infranto dal presidente degli Stati Uniti per indecenti fini personali. Così, il 22 febbraio 2022, Putin ha ottenuto dai suoi fedelissimi dittatori confederati, il completo controllo delle forze armate russe, senza limiti di tempo o luogo, e per qualsiasi tipo di intervento militare, incendiando, con l’invasione in Ucraina, gli equilibri geopolitici. A catena, dopo meno di due anni, si incendia anche il conflitto israelopalestinese con gravi violazioni del diritto internazionale anche da parte dello Stato d’Israele. Da questi drammatici contesti bellici la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso mandati di arresto contro Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, ma in contesti e con accuse molto differenti.
Il primo mandato è stato emesso il 17 marzo 2023 nei confronti del presidente russo, Vladimir Putin, accusato di crimini di guerra per la deportazione forzata di minorenni ucraini in Russia, un atto che la CPI considera crimine contro l’umanità. Questo atto si inserisce nell’ambito dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, iniziata nel febbraio 2022, e ha sollevato gravi preoccupazioni a livello internazionale. La CPI ha stabilito che Putin sia il responsabile della politica di deportazione, che ha coinvolto migliaia di bambini, spesso separati dalle loro famiglie. Sebbene il mandato non possa essere facilmente eseguito, data la posizione di Putin come capo di Stato autoritario, rappresenta comunque un passo significativo nel perseguire la responsabilità per crimini di guerra a livello internazionale. Più recentemente, il 21 novembre 2024, la CPI ha emesso mandati di arresto anche per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e per l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità durante il conflitto a Gaza del 2023-2024. Secondo la CPI, le azioni militari israeliane, tra cui il bombardamento indiscriminato di civili e l’uso della fame come arma di guerra, hanno violato il diritto internazionale. I mandati sono il risultato di un’inchiesta avviata dalla CPI sulla situazione in Palestina, con l’accusa che Netanyahu e Gallant abbiano orchestrato attacchi sistematici contro la popolazione civile di Gaza, con conseguenze devastanti per la vita di migliaia di anime. Anche in questo caso, l’efficacia dell’arresto dipende dalla cooperazione internazionale. Entrambi i mandati, pur con implicazioni politiche diverse, segnano un punto cruciale nell’approccio della CPI ai crimini di guerra e alle violazioni dei diritti umani a livello globale. Sebbene l’esecuzione di questi mandati sia improbabile senza il coinvolgimento diretto degli Stati membri della Corte in un momento di erosione dell’ordine giuridico internazionale provocato dalle interferenze di Trump. L’emissione di tali ordini invia comunque un messaggio potente sulla volontà della CPI di perseguire la giustizia, indipendentemente dalle posizioni politiche dei leader coinvolti.
In secondo luogo, l’uso della leva economica e militare come strumento per forzare un altro Stato a intraprendere azioni politiche interne, come l’avvio di un’inchiesta su un avversario politico di Trump, ha avuto ulteriori gravi ripercussioni sul diritto internazionale. I trattati internazionali e le convenzioni relative ai diritti umani, come la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche (1961), vietano espressamente l’uso delle risorse statali per esercitare pressioni su altri Paesi al fine di ottenere vantaggi politici. La sospensione degli aiuti, un’arma diplomatica, ha avuto l’effetto di minare la sovranità dell’Ucraina, costringendo il paese a compiere una scelta difficilissima tra mantenere il supporto internazionale necessario per difendersi dallo Stato Autoritario di Putin e cedere alle richieste politiche degli Stati Uniti.
Inoltre, l’uso della politica estera per manipolare la giustizia interna di un altro Paese ha rappresentato una violazione del principio fondamentale di autodeterminazione dei popoli, tutelato dalla Carta delle Nazioni Unite (articolo 1), che sancisce il diritto delle popolazioni a determinare il proprio futuro senza interferenze esterne. In questo caso, l’Ucraina si trovò intrappolata in una dinamica internazionale che metteva a rischio la sua integrità politica e la sua indipendenza, con il governo di Zelensky che doveva bilanciare le pressioni di Trump e quelle della Russia di Putin, due forze politiche opposte che all’epoca dei fatti minacciavano il futuro del paese come lo stanno minacciando tutt’oggi in uno schema da gatti e volpi. Un Paese, l’Ucraina, che ha sempre manifestato la sua volontà di indipendenza dalla centralizzazione russa anche durante l’Unione Sovietica, quando i contadini ucraini si opposero alle politiche di collettivizzazione delle terre imposte da Stalin, e per questo pagarono il duro prezzo di Holodomor (1932-1933), con circa sette milioni di morti per fame indotta dal regime di Stalin.
La vicenda di Trump ha avuto anche un impatto significativo sulle istituzioni internazionali, con il rischio che il caso possa essere interpretato come un segno di debolezza del sistema giuridico internazionale. Le Nazioni Unite, che sono state create per difendere i diritti umani e promuovere la pace e la sicurezza globali, hanno visto minata la propria autorità in un contesto dove il presidente di una grande potenza come gli Stati Uniti ha usato il proprio potere per ottenere vantaggi politici interni. Questo scenario ha eroso la fiducia nelle organizzazioni internazionali e nelle istituzioni che dovrebbero servire come garanti della pace, della giustizia e dei diritti fondamentali dell’uomo.
Il danno è stato amplificato dal fatto che l’abuso di potere è stato difeso e legittimato da molti membri del Congresso degli Stati Uniti, in particolare dai Repubblicani, che hanno mostrato una notevole indifferenza ai principi di separazione dei poteri e di responsabilità istituzionale che caratterizzano un buon Stato di Diritto. In questo modo, la politica interna degli Stati Uniti ha esacerbato la polarizzazione, mettendo in discussione la capacità delle istituzioni democratiche di agire nel rispetto della legge. L’assoluzione di Trump da parte del Senato, nonostante le prove evidenti di abuso di potere, ha minato l’integrità stessa del processo di impeachment, suscitando critiche e preoccupazioni anche tra le voci più rispettate della politica e della cultura, come l’attore Brad Pitt, che ha denunciato pubblicamente il fallimento del Senato nel proteggere lo Stato di Diritto, minando la credibilità internazionale di Washington e dell’intero sistema di protezione dei diritti umani. La vicenda ha evidenziato come l’abuso di potere in ambito internazionale possa tradursi in una catena di conseguenze che si riflettono sulla vita di ogni individuo, ovunque nel mondo. Ha mostrato come un comportamento irresponsabile si sia tradotto in circa 300.000 morti e 900.000 ferita fra soldati e civili di entrambi gli schieramenti con 673 bambini ucraini rimasti vergognosamente uccisi.
Ukrainegate dovrebbe insegnare a tutte le responsabilità in gioco la necessità di rafforzare le garanzie giuridiche a livello internazionale, affinché atti di abuso di potere come quello di Trump non possano più minare la stabilità globale e i diritti fondamentali degli individui e delle popolazioni. È anche a causa di questo abuso di Trump che gli autoritarismi sono tornati prepotentemente di moda anche nel vecchio continente, trasmettendo la polarizzazione esacerbata interna agli Stati Uniti anche in tutti gli altri Stati di Diritto del mondo. Una polarizzazione che vede l’idea distorta dello Stato Autoritario come cura e soluzione alle debolezze e fragilità dei neonati Stati di Diritto democratici. Alimentata da una propaganda “trumputiniana” che sta infettando l’opinione pubblica internazionale facendo leva sul diffuso malcontento sociale.
L’alto commissario per i diritti umani Volker Turk, nel suo discorso di apertura della cinquantottesima sessione del Consiglio Onu diritti umani ha affermato: “Il consenso globale sui diritti umani sta crollando sotto il peso dell’autoritarismo, uomini forti e oligarchi. Secondo alcune stime, gli autocrati controllano ora circa un terzo dell’economia mondiale, più del doppio rispetto a 30 anni fa. I leader citano la sicurezza nazionale e la lotta al terrorismo per giustificare gravi violazioni”.
LA SOLUZIONE: EUROPA NEUTRALE ATTIVA.
Ci sarebbe una soluzione politica per riparare ai danni fatti. Questa soluzione si chiama “Europa Neutrale Attiva”. Un Europa a cui dovrebbero accedere tutti gli ulteriori Stati come l’Ucraina e quelli dei paesi baltici che sono intenzionati a praticare le riforme per lo Stato di Diritto. In questa Europa dovranno far parte anche il Regno Unito e la Norvegia. Un’Europa riformata nel profondo a tutela dell’ordine giuridico internazionale basato sui diritti fondamentali dell’uomo. Dotata di una neutralità attiva per predisporsi sinergica alle delicate e laboriose attività diplomatiche dell’ONU al fine di rafforzare la pace nel mondo e il progresso sociale del genere umano, secondo quanto sancito dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Un Europa di popolazioni nazionali culturalmente preparate sui diritti umani, democraticamente partecipi e socialmente responsabili ad assumersi il ruolo di faro del mondo, dopo l’evidente uscita di scena degli Stati Uniti. Un’Europa non europeista, ma universalista. Una Europa con solidi progetti di integrazione interna dei migranti intorno alla cultura dei diritti umani e dello Stato di Diritto e con politiche estere propedeutiche al medesimo scopo per facilitare lo sviluppo degli Stati di Diritto in altre aeree geopolitiche. Questo sarebbe un grande salto in avanti per tutto il genere umano. Questa sarebbe l’opportunità logica da cogliere al volo per difendere, mantenere e maturare i frutti nel lungo periodo su tutto ciò che di buono è stato raggiunto fino ad oggi in termini di diritti umani e qualità degli Stati di Diritto. Una soluzione che aiuterebbe anche le popolazioni europee a ritrovare quello spirito comune e autentico di forte unità intorno alla neutralità attiva per proteggere concretamente i valori universali dei diritti umani, ripudiando nei fatti la guerra per aprirsi a scenari luminosi a favore dell’intera umanità aggiudicandosi un posto d’onore nel nuovo millennio. Una scelta saggia, figlia della sua millenaria esperienza storica, il cui valore non avrebbe prezzo per nessun mercato. Un Europa rinnovata e unita sotto i principi inderogabili della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, al posto di un Unione Europea unita solo dagli interessi economici delle Holding Company, l’unico vero Deep State internazionale che pone le sue personalità giuridiche attribuite dagli Stati al di sopra della personalità giuridica dell’individuo umano che, diversamente, è originaria e super-costituzionale, secondo art. 6 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
È intorno a questi temi che dovrebbe risuonare la gran cassa di tutto il mondo culturale, intellettuale e artistico europeo invece di farsi fagocitare dalle propagande degli autoritarismi come fece Hitler negli anni ’30 contaminando con le stesse strategie le democrazie dell’epoca, ponendole in dubbio dentro sé stesse. È lo Stato di Diritto ad essere sotto attacco in questa guerra. O si capisce questo, o non si è mai capito nulla su millenni di storia. Tra un roseo Stato Autoritario e un indecente Stato di Diritto, la scelta non esiste. È lo Stato di Diritto che favorisce il progresso sociale dell’intero genere umano, gli Stati Autoritari hanno sempre dimostrato il contrario, perché considerano l’individuo umano oggetto di diritto, anziché soggetto in diritto internazionale. Nello Stato di Diritto è l’individuo umano la legge. Questo è il punto cruciale che sistematicamente viene perso di vista. Oggi lo Stato di Diritto è sotto attacco dalla propaganda dell’odio degli Stati Autoritari. Prendere le opportune distanze e rientrare nella visione universale dei diritti umani è responsabilità di tutti in qualsiasi settore si operi.
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